sabato 28 marzo 2026

newsletter. Labour Week Noleggio umani



Noleggio umani


Questa settimana ho provato, senza successo, a iscrivermi a una piattaforma online che si chiama RentaHuman.ai. Nel momento in cui scrivo, il contatore sul sito indica 662.869 persone disponibili a essere “noleggiate” da un agente artificiale per svolgere i compiti più disparati: fare una fotografia, ritirare un pacco o sottoscrivere un documento per conto di una macchina.

A prima vista, sembra l’ennesimo spazio digitale dove provare a guadagnare qualche euro. Ma se si guarda meglio al meccanismo, emerge qualcosa di diverso. Nelle piattaforme tradizionali della gig economy il rapporto, per quanto mediato, resta umano: un cliente incarica, una piattaforma organizza, un lavoratore esegue. Qui, invece, il centro decisionale è un agente di intelligenza artificiale. L’essere umano non lavora più per qualcuno, ma per qualcosa. È un passaggio sottile, ma radicale: non si tratta più di governare l’AI, bensì di essere governati da essa.

Se questo modello dovesse diffondersi, le implicazioni per il diritto del lavoro sarebbero tutt’altro che marginali. La prima criticità riguarda l’imputazione della responsabilità. Le categorie tradizionali — datore di lavoro, committente, intermediario — presuppongono un soggetto giuridico identificabile che organizza e talvolta dirige la prestazione. Ma cosa accade quando le istruzioni provengono da una macchina, priva di personalità giuridica e opaco nei suoi processi decisionali?

Non è solo un problema teorico. Pensate a un incarico apparentemente innocuo — il ritiro di un pacco o la consegna di un documento  — che si traduca in una violazione di legge o in un danno a terzi. Il pacco conteneva droga o il documento era falsificato, ma l'umano non lo poteva sapere. Su chi ricade la responsabilità? Sulla persona? Sulla piattaforma? Sul soggetto che ha sviluppato o addestrato l’agente?

A questo si aggiunge un ulteriore livello di complessità: l’assenza di un centro di imputazione della responsabilità rende difficilmente applicabili anche le tutele fondamentali del diritto del lavoro. Chi garantisce il rispetto delle norme in materia di salute e sicurezza? Chi è tenuto a prevenire discriminazioni o a gestire correttamente i dati personali? E, soprattutto, è ancora sensato parlare di autonomia del lavoratore quando la direzione è esercitata da una macchina?

Insomma, ci troviamo dentro a un potenziale episodio di Black Mirror dai risvolti ancora ignoti. Siamo ancora in tempo: possiamo scegliere di mettere le persone al centro e vietare, o quantomeno limitare, la subordinazione degli esseri umani a delle macchine. Sperém.


Avv. Alessio Amorelli -newsletter. Labour Week 

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